Lo sguardo dell’amore

Lo sguardo dell’amore

A Serena e Aldo,
per avermi regalato, attraverso un loro istante,
la possibilità di raccontare qualcosa che appartiene a tutti.
"Lo sguardo dell’amore".

Ci sono fotografie che conservano un momento.
E poi ce ne sono alcune che, senza saperlo, aprono una porta.
Questa fotografia l’ho guardata a lungo.
C’è una bambina tra le braccia del suo papà. È piccola, Serena, occupata a tenere qualcosa tra le mani. Guarda davanti a sé con quella naturale fiducia che appartiene ai bambini quando ancora non conoscono abbastanza il mondo da averne paura.
Suo padre, invece, non guarda l’obiettivo.
Guarda lei.
Ed è stato quello sguardo a fermarmi.
Non so cosa stesse pensando in quell’istante. Le fotografie riescono a trattenere un gesto, un’espressione, perfino una luce negli occhi. Ma i pensieri no. Quelli rimangono dall’altra parte del tempo.
Eppure, guardandolo, ho avuto una sensazione precisa.
In quel momento, per quell’uomo, quella bambina sembra essere la cosa più preziosa del mondo.
Forse è per questo che, continuando a guardare la fotografia, a un certo punto non ho più visto soltanto loro.
Ho visto me.
Ho pensato a quando ero bambina e inevitabilmente ho pensato a mio padre.
Il nostro non è stato un rapporto semplice. E forse proprio per questo quello sguardo mi ha raggiunta in un punto così lontano.
Mi sono chiesta quanto possa contare, nella vita di una donna, essere stata guardata così dal primo uomo della propria vita.
Non essere considerata perfetta.
Non essere messa su un piedistallo.
Semplicemente essere amata.
Essere guardata senza paura.
Senza dover conquistare la tenerezza.
Senza sentirsi sbagliata.
Senza imparare troppo presto a misurare le parole, a riconoscere il rumore della rabbia, a cercare di diventare più piccola per non disturbare.
Essere soltanto una bambina.
E sapere, ancora prima di conoscere le parole per dirlo:
qui posso essere me stessa.
Qui sono al sicuro.
Forse cominciamo proprio così a imparare che cosa sia l’amore.
Dal primo uomo che ci prende in braccio.
Da come usa la propria forza quando noi siamo piccole. Da come ci parla quando sbagliamo. Da come accoglie le nostre paure. Da come reagisce quando diventiamo diverse da ciò che aveva immaginato per noi.
E soprattutto da come ci guarda.
Poi le bambine crescono.
Diventano ragazze, diventano donne.
E incontrano altri uomini.
Un amore. Un marito. Un compagno. Un amico. Un collega. Qualcuno che rimarrà per tutta la vita e qualcuno che attraverserà soltanto un tratto di strada.
E vorrei che ogni bambina arrivasse a quegli incontri portando dentro di sé una certezza talmente antica da non doverla più mettere in discussione:
l’amore non fa paura.
Non umilia.
Non controlla.
Non possiede.
Non chiede a una donna di rinunciare a una parte di sé per poter essere amata.
Non usa una parola per ferire e poi la chiama passione.
Non trasforma la gelosia in una prova d’amore.
Non pretende obbedienza in cambio di protezione.
Non usa la forza per rendere più piccolo chi ha accanto.
Viviamo in un tempo in cui troppe donne conoscono ancora la violenza proprio attraverso le mani, le parole o lo sguardo di un uomo che dice di amarle.
E forse dovremmo ricordarci più spesso che la violenza non comincia necessariamente da un livido.
Può cominciare molto prima.
Quando una donna impara che deve sopportare per essere amata.
Quando pensa di dover giustificare una rabbia che la spaventa.
Quando un “no” non viene rispettato.
Quando qualcuno decide con chi può parlare, come deve vestirsi, dove può andare.
Quando la sua libertà viene lentamente ridotta e tutto questo continua a essere chiamato amore.
Ma l’amore ha un altro sguardo.
Ed è per questo che torno ancora a quella fotografia.
A quella bambina che guarda il mondo.
E a quel padre che guarda lei.
Vorrei poter prendere quello sguardo e moltiplicarlo.
Metterlo negli occhi di ogni padre davanti a sua figlia.
Negli occhi di un ragazzo davanti alla ragazza che ama.
Negli occhi di un uomo davanti alla donna con cui ha condiviso una vita.
Negli occhi di chi viene lasciato e deve accettare che amare significa anche lasciare andare.
Negli occhi di un uomo davanti a una donna che gli dice di no.
Persino negli occhi di uno sconosciuto.
Ma non parlo dello sguardo di chi pensa di dover proteggere qualcosa che gli appartiene.
Perché una donna non appartiene a nessuno.
Parlo dello sguardo di chi riconosce davanti a sé una persona intera, libera e preziosa.
E forse è proprio questo che quella vecchia fotografia è venuta a raccontarmi tanti anni dopo essere stata scattata.
Che tutte le bambine del mondo dovrebbero conoscere lo sguardo dell’amore.
Dovrebbero incontrarlo per la prima volta negli occhi di un padre e poi riconoscerlo, crescendo, negli uomini che attraverseranno la loro vita.
Non perché abbiano bisogno di un uomo per sapere quanto valgono.
Ma perché nessun uomo dovrebbe mai insegnare loro il contrario.
E vorrei che ogni bambina diventasse donna sapendo distinguere quello sguardo da tutti gli altri.
Sapendo restare davanti a chi la guarda con rispetto.
E sapendo andare via da chi chiama amore ciò che amore non è.
Perché forse una delle eredità più preziose che un padre possa lasciare a una figlia non è insegnarle quale uomo scegliere.
È insegnarle, con il proprio modo di amarla, quale sguardo non dovrà mai accettare.
E quale, invece, merita di incontrare.
Per tutta la vita.
— Sem

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